Racconti

Piero Montali

 

Valeriano

 

 

 

“Il paese dei matti”, così lo chiamavano ormai da tempo gli abitanti degli altri villaggi. La domenica venivano intere famiglie in gita nel paese dove, si diceva, forse a causa di un misterioso virus, forse a causa dell’acqua che bevevano, o forse per un fattore di ereditarietà, tutti gli abitanti erano diventati matti. Non pazzi furiosi da fare paura, tutt’altro, questi non erano affatto pericolosi: facevano invece ridere per le loro stramberie. Vi si recavano per farlo vedere ai bambini, così come li avrebbero portati allo zoo se ce ne fosse stato uno. Ed i bambini erano ben lieti di quelle gite, incuriositi al vedere gente dall’apparenza normale che si comportava in maniera assolutamente bizzarra: da folli appunto.

Già all’arrivo c’era un primo segnale, il biglietto da visita: la targa che indicava l’ingresso nel paese di ‘Valeriano’ era montata capovolta. Il nome stesso del paese era sintomatico: la valeriana è un’erba officinale utilizzata come sedativo, per calmare i soggetti nervosi. Se anticamente qualcuno aveva dato quel nome al paese ci sarà pur stata una valida ragione. Forse, all’epoca, c’erano intere piantagioni di valeriana della quale veniva fatto grande uso.

I visitatori venivano poi accolti dalle donne residenti che offrivano loro una fetta di torta casalinga, ed agli uomini veniva offerto anche un bicchiere di vino buono; talmente buono che non potevano fare a meno di berne un secondo. Venivano anche invitati a pranzare tutti assieme con gli abitanti del paese, ed alla sera poi, al momento della partenza per il rientro, i bambini non tornavano mai a casa con le mani vuote, c’era sempre qualcuno che regalava loro qualche cosa, e tutto questo senza spendere neppure un centesimo.

Su questo, nulla da ridire, potevano semplicemente essere persone molto generose, ma quando si pensa che erano addirittura quei matti dei miei compaesani a ringraziare i visitatori per i doni che accettavano, cessava ogni dubbio. E chissà per quale motivo, si chiedevano, i residenti sorridevano sempre: tutti indistintamente, grandi e piccoli, avevano occhi che ridevano. Se qualcuno chiedeva loro il motivo di tanta ilarità, o si fermava incuriosito ad osservare il loro eccentrico comportamento, questi invece di rispondere ridevano sguaiatamente: ridevano proprio come matti! E la risata di uno faceva accorrere altri che si mettevano a ridere a loro volta.

Non era sempre stato così! Come facevo io a saperlo?

Perché ero uno degli abitanti, nata e cresciuta in quel paese di umili agricoltori. Anch’io ero folle, consapevole e fiera di esserla diventata. Anch’io avevo firmato la petizione per modificare il nome del paese da ‘Valeriano’ in quello più consono e approvato da tutti indistintamente di ‘Folli e giullari ’.

Una volta tutti vivevano pensando al proprio lavoro, si occupavano dei campi e degli animali, non avevano tempo per gli svaghi ed un passatempo non era neppure stato ancora concepito. C’erano lavori da svolgere quando il tempo era buono, altri quando pioveva, altri ancora per chiacchierare come quando ci si riuniva per sgranare il granturco. Lo spazio in casa inoltre non era mai abbastanza per cui, nel tempo libero, si dovevano trasportare pietre a dorso di mulo dal fiume per aggiungere una nuova camera: i figli erano una benedizione e non mancavano certo. Anche in tutto questo non c’era assolutamente nulla di strano: così facevano gli abitanti degli altri paesi e così avevamo sempre fatto anche noi da tempo immemorabile.

Tutto era iniziato con la morte di Olinto. Aveva solo ventisette anni quando improvvisamente se ne andò lasciando la moglie con tre bambini piccoli ed uno in arrivo. Quella morte così repentina e prematura aveva suscitato grande costernazione in tutti gli abitanti del paese. Oscar e Osvaldo erano andati di notte a cercarlo con la moglie che si era molto preoccupata non vedendolo rincasare. Lo avevano trovato a terra nel campo: pareva che dormisse, invece era morto.

Ognuno in paese si chiedeva come sarebbe potuta sopravvivere quella sventurata famiglia senza l’uomo di casa. Già durante la visita per la veglia funebre le altre famiglie non avevano certo fatto mancare generi alimentari alla vedova. Era un’antica e consolidata abitudine, anche quando facevamo visita ad un malato, quella di portare zucchero, caffè, sale, farina o altri alimenti. La solidarietà contadina non sarebbe mancata, questo era certo, ma senza lavorare i campi non potevano sopravvivere a lungo; il bambino più grande aveva appena sette anni ne sarebbero occorsi almeno altrettanti prima che fosse in grado di lavorarli. Ma dopo sette anni di abbandono quei campi sarebbero divenuti una macchia impenetrabile.

Viveva in paese un uomo strano, un po’ scorbutico, di nome Oreste, che non parlava mai con nessuno, poco anche con la propria moglie. I suoi campi erano quelli più lontani, giù nel fondovalle, ed in groppa all’asino partiva che era ancora buio, con il fagotto del pranzo, per raggiungerli, e rincasava che era di nuovo calata la notte. Forse per questo non parlava mai con nessuno: non aveva l’abitudine di farlo.

Tutti i campi erano adagiati nella valle, in fondo alla quale, provenienti uno dalla Val di Magra e l’altro dalla Val di Vara, confluivano due fiumi divenendo uno solo. I campi erano separati tra loro da lunghi filari di pioppi e salici, mentre il paese era situato sulla collina. Nella posizione più alta c’era l’unica chiesa, il cui ampio sagrato terminava nel punto più panoramico, da dove si dominava tutta la vallata, con un muretto di pietre coperto con spezzoni di marmo di Carrara ad opera incerta. La domenica mattina noi donne andavamo alla messa e gli uomini, che partecipassero o meno alla funzione, si ritrovavano comunque tutti a sedere su quel muretto; quelli che indossavano l’abito buono però, quello con il quale si erano sposati e che avrebbero indossato anche nel loro viaggio senza ritorno, restavano rigorosamente in piedi.

Per molto tempo ho creduto che due persone anziane che si somigliavano moltissimo fossero due fratelli: uno, il più vecchio, quasi ogni giorno passava davanti casa mia, simpaticissimo, aveva sempre la battuta pronta per tutti e rideva di gusto alle risposte che riceveva mostrando la sua bocca sdentata; l’altro, invece, serio e sempre vestito di scuro con cravatta e cappello, poco loquace, ma con una dentatura perfetta lo vedevo solo la domenica quando si recava a messa. Salutava a mala pena con un composto cenno del capo. Con il tempo, ho scoperto che, in realtà, si trattava della stessa persona. Con la dentiera, che metteva la domenica, cambiava non solo l’abito ma anche la personalità.

Fu durante una di quelle riunioni domenicali sul sagrato della chiesa che gli abitanti del paese videro l’Oreste al lavoro anche nel giorno festivo, il giorno del Signore.

La distanza non consentiva di vedere bene, ma era l’unico assente, non poteva essere che lui; con una coppia di buoi stava arando il campo della vedova di Olinto. A sera stava ancora lavorando, e così per le due settimane successive, sino a quando il campo non fu arato, concimato, ed il grano seminato.

“Se iniziano le piogge non farà più in tempo a seminare il grano nel proprio terreno” commentavano altri uomini.

La vedova di Olinto, per ringraziare l’Oreste come poteva, aveva lavorato a maglia, con della lana recuperata da vecchi maglioni, e preparato dei calzettoni pesanti multicolori, un paio per lui e uno per ciascun membro della sua famiglia: anch’egli aveva tre bambini piccoli. Il proprio bimbo di sette anni, gonfio di orgoglio, era poi andato a portare il pacco ben confezionato delle calze alla moglie di Oreste, il taciturno generoso burbero che, naturalmente, non era presente perché si trovava sempre al lavoro.

Grande fu la sorpresa di Oreste, invece, quando finalmente poté recarsi nei propri campi per prepararli alla semina. Era già chiaro, anche se il sole non era ancora spuntato, quando vide i due uomini che si accingevano alla semina. Avevano già fatto tutto il lavoro più faticoso: concimato, arato e preparato i suoi campi. Anche lavorando in due, una settimana non sarebbe stata sufficiente per compiere tutto quel lavoro. Quando Oreste fu loro vicino, non seppe cosa dire, e non disse proprio niente. Una pacca sulle spalle e un tentennamento della testa furono sufficienti. I due uomini diedero a loro volta una sonora pacca sulle spalle di Oreste e, sorridendo, se ne tornarono via, anche loro senza dire una parola, lasciandolo solo alla semina del grano. Li conosceva da sempre, erano Ottavio e Onesto, anche se non aveva mai scambiato una parola con loro, neppure quand’erano ragazzi. Era taciturno già allora. Circolava in paese una storia, veniva attribuita ad Oreste per prenderlo bonariamente in giro, ma non si sa se fosse realmente accaduta a lui o a qualcun altro.

La moglie di Oreste doveva alzarsi presto per prendere la prima corriera delle sei. Voleva recarsi a fare visita ai propri parenti che vivevano in città, a La Spezia. Poiché non si parlava con il marito, con il quale aveva litigato proprio a causa della visita, pensò bene di scrivergli un biglietto: “Per favore avvertimi quando sono le cinque e mezza”. L’ora nella quale Oreste, puntuale come una sveglia, si alzava solitamente. La moglie mise il biglietto sul comodino del marito e si coricò presto. Quando, il mattino successivo, il sole entrò nella stanza la donna si rese conto che era ormai troppo tardi per prendere la corriera e vide il biglietto sul suo comodino sul quale, proprio sotto la sua richiesta, c’era scritto: “Sono le cinque e mezza!”

 

La moglie di Oreste aveva preparato tre belle torte di riso dolci, la sua specialità, ne aveva mandate una alla vedova e una ciascuna alle mogli di Ottavio e Onesto, gli uomini che avevano generosamente lavorato nel loro campo. Quello era stato il suo modo di ringraziare, e senza spendere troppe parole. Tanti anni vissuti con l’Oreste le avevano insegnato che sono i gesti compiuti a dare testimonianza concreta dei sentimenti, non le chiacchiere.

Le vedova di Olinto, e le mogli di Ottavio e Onesto che avevano ricevuto le torte pensarono bene di condividerle con gli altri abitanti del paese, per renderli partecipi di quei gesti d’amicizia, il giorno successivo, all’uscita della messa domenicale. Ma poiché non sarebbero state sufficienti per tutti, si accordarono e ne prepararono ciascuna altre tre. Dodici torte messe in bella mostra, alternate con mazzi di fiori di campo ben disposti nei vasi, su due lunghe tavole al centro del sagrato, fecero un effetto magnifico, e ne toccava una bella fetta a testa.

Gli altri abitanti, sorpresi da quella gradita iniziativa, andarono anch’essi nelle proprie case a prendere qualche cosa per contribuire. Formaggi, vino, frutta e altre torte salate, che erano state preparate per il pranzo, vennero portate su quelle e su altre tavole. C’era di tutto e per tutti indistintamente! Anche Oreste, sua moglie e i tre bambini erano presenti. La domenica trascorse così in un pranzo collettivo, in piena armonia come se fosse stata un’unica grande famiglia. Al suono della fisarmonica grandi e piccoli avevano anche ballato sino a tarda sera. Tutti rincasarono sorridendo felici.

Tutto iniziò così, come una lunga e ininterrotta catena di aiuto reciproco. Ci fu chi volle andare a tagliar legna per Ottavio e Onesto e chi si mise ad aggiungere un vano alla casa del povero Olinto. Era divenuto quasi come fare uno scherzo dipingere la porta di un altro, riparargli un attrezzo o fare lavori non richiesti, che induceva altri a divertirsi e studiare a loro volta cos’altro fare per proseguire nel divertimento. La cosa si era poi talmente diffusa nel paese che quasi nessuno, uomo o donna, vecchio o bambino, pensava più per sé: era molto più bello e anche divertente lavorare gratuitamente per gli altri a loro insaputa.

Ho detto quasi nessuno perché, in effetti, c’erano due famiglie che non partecipavano ancora alla follia collettiva: quella di Ovidio il medico erborista e di Onorato il maresciallo della locale caserma di carabinieri. Una ben piccola caserma dove, al piano superiore, viveva la famiglia del maresciallo e, al piano terra c’erano gli uffici, l’alloggio per i due carabinieri di leva e una cella che fungeva da deposito.

Il primo, Ovidio, poiché non essendo agricoltore non avrebbe potuto sostituirsi al proprietario nel lavoro dei campi, si considerava esentato. Il secondo, come aveva detto lui stesso, quale tutore della Legge non poteva certo prendere parte attiva alle continue violazioni della proprietà privata come facevano gli altri. Perché entrare e fare lavori non richiesti nelle case o poderi altrui era pur sempre un reato, violazione della proprietà privata, anche se eseguito a fin di bene. Quindi preferiva chiudere un occhio, anzi tutti e due, e non vedere quella follia contagiosa dalla quale doveva restare immune. Tra l’altro, al maresciallo Onorato, tenere gli occhi chiusi riusciva benissimo: aveva una branda nel suo ufficio dove riposava sempre a qualsiasi ora perché, diceva, in caso di necessità doveva essere sempre pronto ad intervenire in qualunque ora del giorno e della notte. Nei rari momenti nei quali lo si incontrava in paese aveva il viso fresco e sbarbato di chi si è appena alzato da letto perché, in effetti, era proprio così. Inoltre, ormai prossimo alla pensione, non voleva assumere atteggiamenti, o prendere iniziative, che potessero pregiudicare un’onesta carriera al servizio dell’arma.

Gli altri abitanti si erano ovviamente accorti di quelle due famiglie che non partecipavano, ed anche se potevano comprenderne le legittime ragioni facevano fatica ad accettare la cosa. Non si sa come fu, ma un giorno in caserma giunse una strana missiva. Proprio lo stesso giorno in cui la famiglia del maresciallo si era dovuta assentare. L’uomo, che non poteva dire il proprio nome, li informava che sarebbe passato dal paese di Vezzano, un paese molto bello posto su un’altra delle numerose colline liguri del levante, un ministro con il proprio seguito e sarebbe stata quindi opportuna la presenza in loco dei tre carabinieri.

Giunti nella piazza di Vezzano Ligure, il maresciallo non riusciva a capire se effettivamente sarebbe passato il ministro. Forse viaggiava in incognito, pensò. Per questo erano in molti a saperlo, per il passaparola, ma nessuno ne era certo. Nel dubbio restarono tutto il giorno a disposizione nella piazza principale; si assentarono, uno alla volta, soltanto per mangiare un panino, ma per il resto del tempo furono accanto alla carrozza di servizio, in piedi, con l’uniforme in perfetto ordine. A tarda sera, quando iniziò a circolare voce che il ministro era stato richiamato d’urgenza nella capitale, rientrarono.

Quasi non credevano ai loro occhi: la caserma era stata completamente ridipinta. Potevano ancora percepire l’acre odore della vernice fresca. Per realizzare tale lavoro, era stato necessario montare delle impalcature, risanare l’intonaco che in vari punti era mancante, verniciare, poi smontare nuovamente i ponteggi, e tutto nello stesso giorno. Un lavoro che necessitava di almeno dieci uomini ben determinati e almeno uno di vedetta per dare l’allarme quando al fondovalle fosse comparsa la nera carrozza munita di sbarre al finestrino posteriore. I due carabinieri, a bocca aperta, guardarono il loro superiore stupiti e costui, dopo essersi tolto il berretto e grattato la testa in cerca di idee, pensò bene di rimandare ogni decisione al giorno successivo perché, lo sanno anche i carabinieri: “La notte porta consiglio”. Fece quindi una sonora risata e andò a dormire.

Il medico, invece, si era più volte lamentato con il messo comunale per le pessime condizioni della stradina che conduceva a casa sua. Il Comune era molto distante e tranne il messo, che veniva per ragioni di servizio, nessuno dei vari assessori o funzionari comunali si sarebbe sognato di salire sino a Valeriano se non c’erano elezioni in vista. Così, quando pioveva, il povero Ovidio e i suoi familiari dovevano fare i salti mortali sulle pozzanghere per rientrare a casa. Il messo, ogni volta, ripeteva che aveva fatto presente il problema, più volte, sia all’assessore ai lavori pubblici sia al sindaco stesso, ma senza alcun esito: non c’erano soldi nelle casse comunali! Potete quindi immaginare con quanta gioia un mattino, uscendo di casa, il dottore, come per incanto, trovò la stradina con una massicciata livellata e rullata con cura. Fu subito chiaro che non era stato il comune: il lavoro era fatto troppo bene! Da veri professionisti. Tutto era stato organizzato per tempo: il materiale, trasportato per giorni a dorso di mulo, era stato nascosto nei pressi e poi, in un’unica notte, era avvenuto il miracolo. Opera di un bel gruppo di pazzi scatenati. Forse proprio gli stessi che avevano restaurato la locale caserma.

La terza autorità del paese, Orazio, il prete, non c’era stato bisogno di spronarlo, aveva aderito subito con entusiasmo, riteneva un grande dono essere diventato ‘giullare’ perché anche il grande San Francesco era stato definito in quel modo. Del resto era già folle di suo quando giunse in paese alcuni anni prima. Chissà se non sia stato proprio lui a portare quel benedetto virus. Era giunto a piedi, zaino in spalla, in abiti civili scuri, con una lunga barba che lo faceva assomigliare a Carlo Marx, così diceva Ovidio il medico, il più colto del paese. Il prete non mangiava carne, non stava quasi mai in chiesa, andava sempre in giro a piedi e si fermava a dare una mano a coloro con i quali stava parlando. Lo avevano visto fare il bagno al fiume anche in pieno inverno. E durante la funzione domenicale non voleva che la gente si alzasse continuamente in piedi, com’era sempre avvenuto con il prete che lo aveva preceduto, preferiva che i fedeli rimanessero seduti e, possibilmente, con gli occhi chiusi per essere più partecipi del sacro rito. Invece delle ostie consacrava il pane e il vino, offerti a turno da ogni famiglia, che faceva passare di mano tra i comunicandi. La preghiera del Padre nostro preferiva venisse recitata stando in piedi e tenendosi tutti per mano. Ma faceva anche altre stranezze: c’era chi lo aveva visto abbracciare gli alberi, parlare ad un cane, o sostare a lungo seduto sulle tombe del cimitero. Decisamente un folle! O un giullare che aveva lentamente conquistato i cuori della gente non con le parole, ma con l’esempio di autentica vita cristiana e sincero affetto.

Non c’era stato nessun accordo, neppure ne parlavano tra loro. Con il trascorrere del tempo per gli abitanti del paese era divenuto talmente naturale vedere in quale modo poter aiutare gli altri che tutti lo facevano e basta. Così ognuno era divenuto allo stesso tempo debitore di alcuni e benefattore di altri. Ormai non si poteva più tenere il conto, e poi andava bene così: l’umore e la qualità di vita erano migliorate per tutti. Anche il paese si era fatto più grande, più bello e ordinato, i campi sembravano dei giardini per l’amore con il quale venivano lavorati, e gli animali sempre pronti e in ordine come per andare ad una mostra. Il tenore di vita si era livellato, non si distingueva più chi aveva tanti campi e animali da chi ne aveva meno. Chi aveva due uomini in famiglia per lavorare da chi non ne aveva neppure uno, come la vedova di Olinto. Tutti stavano meglio di prima, e non intendevano cambiare.

La domenica, da quella prima volta, mangiavamo sempre tutti assieme, maresciallo, medico e prete compresi, proprio come una grande famiglia, e poi c’era sempre una scusa, qualche cosa da festeggiare: matrimoni e nascite erano in costante aumento. La serenità economica e morale contribuiva al formarsi di nuove famiglie e ad aumentare il numero dei figli in quelle già esistenti. Era chiaro però che con il loro strano comportamento, agli occhi di un estraneo, i miei compaesani potessero apparire in effetti degli squilibrati. Lo sapevano benissimo, e la cosa non dispiaceva affatto loro, anzi, li divertiva enormemente. Per questo, soprattutto la domenica, per lo stupore dei visitatori, e per il loro stesso divertimento, aggiungevano sempre qualche stramberia: c’era chi indossava il cappello al contrario, chi calzava due scarpe diverse, chi montava in groppa all’asino girato indietro, e tante altre amenità. Il medico aveva affisso un cartello nella porta della sua bottega laboratorio con scritto: “Valeriana ed elleboro non se ne vendono!” La valeriana, come ho già detto, è un sedativo e l’elleboro veniva usato per curare la pazzia: piante assolutamente da evitare! Nessuno doveva curare quella sana, benefica pazzia. Ed a chi, per qualunque motivo, entrava nella sua bottega di erborista, donava uno sciroppo di sua produzione, fatto con erbe raccolte personalmente; sull’etichetta della confezione, parafrasando Giovenale, un tizio che conosceva soltanto lui, compariva la scritta latina: “Mens insana in corpore sano”.

Sia i carabinieri che il maresciallo facevano sempre il saluto militare a tutti gli estranei grandi o piccoli che incontravano. Il prete, se il tempo era buono, celebrava la messa fuori sul sagrato, ed alla fine della funzione coinvolgeva tutti i presenti in una danza: tenendoci per mano con le braccia incrociate davanti al petto, alternando un uomo e una donna, muovevamo dei semplici passi che facevano stringere, allargare e ruotare lentamente il grande cerchio di persone seguendo il ritmo di una canzone, forse greca, che cantavano i residenti più giovani. E tutti indistintamente, gli abitanti del paese, quando ricevevano qualche domanda circa le loro stranezze, invece di rispondere ridevano proprio come matti!

Qualcuno di voi si chiederà perché tutti i nomi degli uomini iniziassero con la ‘O’, non sapendo che anche le mogli si chiamavano nello stesso identico modo, ma al femminile: Orestina, Ottavia, Onesta, ecc. La “O” è la lettera dello stupore, la più simpatica delle vocali, sembra una bocca spalancata che ride. Per questo, con l’accordo generale ci eravamo cambiati tutti i nomi, per essere più simili tra noi, per semplificare la conoscenza reciproca, e per aggiungere una nota di colore. Forse vi sembra una cosa strana, eccessiva, un po’ eccentrica, forse bizzarra o da pazzi?

“Oh!… Avete proprio ragione! ” (Ha! ha! ha! ha!)

 

* * *

 

 

 

 

Montali Piero tratto da "Sotto la superficie"

 

 

 

Il sacrificio.

 

Non avrei mai pensato di entrare nel Liceo Classico, la scuola più prestigiosa, per seguire delle lezioni. Da quasi un secolo è il tempio della cultura umanistica della mia città e, come tale, c’è sicuramente una ricca simbologia che conferisce un’aura misteriosa all’edificio stesso.

Mi piacerebbe conoscere le dimensioni esatte per verificare se, come per altri prestigiosi templi, è stato progettato in proporzione aurea, o utilizzando il cubito sacro come unità di misura.

Facevo queste riflessioni, sprofondata sul divano, mentre osservavo distrattamente la televisione, in attesa di recarmi alla prima lezione del corso di scrittura creativa. Non ero preoccupata, perché l’esperienza mi ha insegnato che ogni persona ha sia qualità che difetti e bisogna accettare i propri limiti, senza temere i confronti. Ma il fatto stesso che stessi facendo questo genere di pensieri sembrava dimostrare il contrario. Avevo uno strano presentimento che qualche cosa di ineluttabile stesse per accadere.

Un forte senso di disagio mi colse anche quando varcai l’ingresso della scuola. Dalla guardiola uscì una signora bionda di mezz’età, di corporatura robusta, forse era la bidella. Costei, scrutandomi intensamente con palese diffidenza e con un sorriso freddo che mi fece rabbrividire, chiese chi stessi cercando. Ma non avevo ancora iniziato a formulare la risposta che aggiunse:

«Ho capito, è per l’incontro…terza porta a sinistra,… terza cella!»

Che tipo strano pensai, non sa chi sono e neppure il motivo per il quale sono qui, e si permette di scherzare in modo così macabro. O forse si è semplicemente sbagliata, ma non mi piace assolutamente il suo modo di fare.

Giunta alla terza porta provai ad entrare: era chiusa. Mi guardai attorno e vidi che in fondo al buio corridoio, da una porta socchiusa, filtrava la luce. Mi avvicinai per verificare se fosse quella “la cella”. Appena toccai la maniglia della porta, uscirono due donne in calzamaglia nera che spalancando l’uscio dissero assieme:

«Brava! ci hai trovato subito. Entra, ti stavamo aspettando».

Varcata la soglia mi resi subito conto di aver commesso un imperdonabile errore. Due file di donne, anch’esse in calzamaglia nera, con stivaloni e guanti in pelle, formavano un corridoio al termine del quale si ergeva una specie di trono dove sedeva un’altra donna, il cui abbigliamento non faceva presagire nulla di buono.

«Scusate ho sbagliato aula!» dissi, tornando sui miei passi e cercando di guadagnare rapidamente l’uscita.

Ma una delle due donne che mi avevano fatto entrare mi prese per un braccio e, con una mossa tipo Judo, mi fece fare una rotazione in volo e sbattere violentemente la schiena a terra, aggiungendo con grande calma e finta gentilezza:

«Non essere scortese, ti abbiamo già detto che ti stavamo aspettando».

Mentre ero a terra e cercavo di riprendermi, le osservai meglio: muscolose, con lunghi capelli raccolti alla nuca in uno chignon. Avevano solo il seno sinistro, come le mitiche amazzoni.

Quella che doveva essere la regina, oltre a calzamaglia, stivaloni e guanti, aveva sul capo una corona irta di punte aguzze come lunghe spine di robinia.

Al collo indossava una grossa collana di strani oggetti bianchi, ed aveva in mano uno scettro dalla sferica sommità anch’essa rivestita delle punte acuminate. Sulla sinistra del trono, appoggiata con la punta a terra c’era una pesante e lucida scimitarra dorata.

Appena riuscii a sollevarmi in piedi, con aria solenne, la regina, scandendo le parole, disse:

«Hai superato indenne i sette gradini della scala esterna come al Tempio di Salomone. Questi richiamano il simbolismo dei sette rami dell’albero sciamanico, e quello dei sette passi del Buddha. Entrambi si ispirano alle sette sfere dei pianeti, e quindi alla possibilità di passare da una dimensione all’altra, al cambiamento cioè del livello di coscienza. Come le sette note, che possono trasportare al “settimo cielo”, anche tu verrai, unica fortunata, sublimata nella divina offerta.

Hai superato anche i dodici gradini della convergente scala interna. Dodici come i segni zodiacali, presenti nei luoghi iniziatici di molte religioni. Sei passata dal buio del corridoio alla luce di questa stanza, simboli del passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, dalla tua natura di donna a quella di eletta protettrice dei nostri riti segreti. Sei stata prescelta, guidata e accompagnata dagli dei sino a questa assemblea: quindi pronta per ricevere questo grande onore».

Tenendomi una mano sul petto, fingevo di non riuscire ancora a respirare per poter riflettere sulla situazione. Mi pareva di ricordare che le amazzoni, proprio come le mantidi religiose, uccidono il maschio dopo essersi accoppiate. Quindi io ero fortunatamente esclusa.

Non era possibile fuggire, il dolore che sentivo ne era la riprova, e in ogni caso mi avrebbero uccisa; mi conveniva fingere di accettare per prendere tempo. Risposi:

«Sapevo che questo sarebbe avvenuto, e sono pronta, so anche che mi ucciderete perché è necessario, mi piacerebbe però sapere che cosa farete, dopo, del mio corpo».

Confermando la legittimità della mia richiesta la regina, con un sardonico sorriso, rispose:

«Del tuo corpo conserveremo: testa, pelle, e una vertebra che si unirà alle altre di coloro che ti hanno preceduta. A perenne memoria farà parte di questa sacra collana. Con la tua pelle faremo pergamena per un libro sacro nel quale sarà ricordato questo giorno speciale ed il tuo olocausto. Testa e libro, dopo uno speciale trattamento, verranno esposti all’esterno dell’edificio per tenere lontane le forze a noi ostili. Ed ora seguimi che il momento è propizio: il sole sta per tramontare!»

Mentre scendeva dal trono verificai con raccapriccio che la collana era formata da una trentina di vertebre tutte uguali, erano “atlanti”: la prima vertebra cervicale che unisce il cranio alla spina dorsale. Ero talmente terrorizzata da non riuscire neppure a pensare e la seguii passivamente in un locale adiacente, per il sacrificio. Posai la testa sul ceppo, e mentre la scimitarra impugnata dalla regina stava per calare pesantemente sul mio collo feci un ultimo disperato guizzo e….caddi… dal divano, dove mi ero appisolata: Avevo sognato!

Guardai l’orologio erano le 14 e 30, giusto in tempo per recarmi a scuola.

Mentre conducevo l’auto ripensavo allo strano sogno che avevo appena fatto. Non avevo neppure mangiato eccessivamente, né bevuto alcolici, mi chiedevo il perché di questo incubo diurno. Non ricordavo di averne fatto uno simile prima di allora. Non sarà stato un prezioso segnale di avvertimento per qualche imminente pericolo?

Parcheggiai l’auto in Piazza Verdi, proprio vicino alla scuola, ad una trentina di metri dall’ingresso, e mi fermai ad osservare la facciata.

Nella modanatura di ogni finestra, in calcestruzzo, sono state realizzate: sotto, un libro aperto, e sopra, una testa, forse mascolina. Pensai, ho potuto sognarle perché, evidentemente, le avevo già viste prima d’ora anche se non le ricordavo. Scesi dall’auto e mi avvicinai alla scuola.

Contai i gradini della scalinata esterna: erano sette!

Ero ormai quasi certa che anche nella “convergente scala interna” gli scalini, a questo punto, sarebbero stati dodici. Ma questi non potevo averli già visti in precedenza perché non ero mai entrata prima d’ora in questo Liceo, ne ero assolutamente sicura.

Salii contando lentamente, senza quasi respirare: uno, due…..…dieci, undici… dodici!

Mi guardai attorno preoccupata, il cuore si era messo a battere velocemente, e la pelle pareva punta da migliaia di aghi. La voce della bidella, alle mie spalle, mi fece sussultare. Chiese chi stessi cercando; mi voltai e la vidi: bionda sui quarant’anni, mi fissava con uno sguardo indagatore e diffidente.

Non risposi neppure; colta dal panico mi precipitai fuori e appena entrata in auto bloccai anche le portiere interne. Mi voltai verso la scuola e vidi la bidella sulla scalinata esterna che brandiva minacciosamente un bastone nero verso di me. Misi in moto e partii immediatamente senza più voltarmi, né guardai più attraverso lo specchietto retrovisore.

Arrivai a casa proprio mentre iniziava a piovere, e mi accorsi che mancava l’ombrello. Nella fretta di uscire dalla scuola mi era certamente caduto. Sicuramente, però, non sarei mai più tornata a riprenderlo!

 

 

 

 

 

GINO

 

 

Parafrasando il titolo del libro “La leggenda del santo bevitore”, dal quale è stato tratto l’omonimo film, avrei titolato volentieri questo racconto: “La leggenda del santo puttaniere”. Ma innanzitutto questa non è una leggenda, e poi non mi sembrava il caso di usare un termine così forte per un racconto così breve. Leggendo il racconto, comunque, diverrà chiaro il motivo.

Alcuni anni fa, quando facevo il supervisore alla costruzione di un laminatoio in Egitto, ogni giorno assieme ad alcuni colleghi facevamo il tragitto dal Sofitel Hotel a Giza, nella cui piscina si specchia la grande piramide, sino a Sadat city in auto. Il viaggio durava circa un’ora all’andata e altrettanto al ritorno, tranne quando trovavamo la carreggiata invasa da carichi persi da autocarri come: canna da zucchero, pomodori, meloni, o blocchetti di cemento. Cosa che avveniva almeno una volta la settimana. Ed a proposito dei blocchetti di cemento, fate attenzione se viaggiate in quelle zone, perché vengono utilizzati al posto del triangolo, per indicare il veicolo fermo, ma molto spesso vengono poi lasciati sulla carreggiata.

Noi impiegavamo il tempo del viaggio, inizialmente, scherzando e parlando un po’ di tutto ma poi, con il passar dei giorni, senza rendercene conto, cominciammo a mettere a nudo noi stessi, a parlare dei nostri problemi. Al contrario dell’auto dove viaggiavano i friulani, il cui argomento principale è il lavoro e, subito dopo, i soldi. Io per quanto possibile evitavo accuratamente di viaggiare con questi, ma ho dovuto farlo quando, per ragioni di coincidenza orario lavorativo, non ho potuto proprio farne a meno; con un paio di loro in particolare, non solo gli argomenti erano sempre gli stessi, ma si mettevano a parlare anche in friulano per tutto il tempo escludendomi in tal modo totalmente dalla comprensione. Non ho mai conosciuto nessuno amante del proprio lavoro e dei soldi come i friulani.

Nella mia auto, in genere, eravamo in quattro: un toscano simpatico e arguto del Mugello che, come me, aveva da un pezzo superato la cinquantina, due napoletani di oltre una decina d’anni più giovani, era uno spasso ascoltarli, ed io spezzino entusiasta dell’opportunità di conoscere luoghi, cose e persone così diverse. Poco interessato ai soldi e ancor meno al lavoro, che svolgevo però con professionalità data la mia grande esperienza nel ramo dell’impiantistica industriale.

Durante queste conversazioni ci eravamo anche confrontati, analizzati, ed avevamo persino individuato delle caratteristiche comuni a certi tipi di uomo. Ad esempio: il modo con il quale si spreme il dentifricio può essere un indice per stabilire chi è potenzialmente un single, o chi invece è adatto alla vita matrimoniale. Io, per esempio, spremo centralmente il dentifricio quando è nuovo, ma dopo alcuni giorni passo a spremerlo dal basso con cura; ne abbiamo convenuto che sarei un potenziale single, ma corretto, modificato per necessità: infatti sono sposato da una vita.

Abbiamo anche focalizzato che i meno fedeli nel rapporto di coppia non sono i primogeniti, e neppure gli ultimi nati tra i fratelli, ma soprattutto quelli nati in posizione intermedia. E lo sono ancor più se nati pochissimi anni dopo il fratello che li ha preceduti.

Un giorno quello che chiamerò Gino, per ovvie ragioni di anonimato, mi dice: «Piero sient’a mmé, noi siamo essenzialmente velocisti non fondisti: diamo il meglio di noi nel breve periodo, ma per essere tipi adatti alla famiglia, bisogna saper resistere nelle lunghe distanze». Non so per quale motivo mi abbia accomunato nel suo parallelo sportivo, ma riconosco un fondo di verità nella sua affermazione e, pertanto, non replico.

Il mio racconto riguarda proprio lui, Gino: gran donnaiolo ‘pe’ vocazzione’, diceva. E tra le conversazioni in auto, protratte per mesi, e quelle sul bordo della piscina, nei giorni di riposo, sono riuscito a scoprire una variante di sciupafemmine che non è assimilabile né alla tipologia canonica del Casanova, né a quella del Dongiovanni. È quella originale del “santo puttaniere”, e mi scuso con entrambi, sia i santi che le sfortunate venditrici di sesso a pagamento, ma è proprio ascoltandolo che mi è sorto spontaneo l’abbinamento.

Gino è un esperto conquistatore, con sue tecniche e una originale filosofia di vita che lo rendono un personaggio notevole. Una personalità non comune la sua, arricchita sia dall’aver girato tutto il mondo e dal fatto, non trascurabile, di essere un napoletano verace.

Non che si potesse condividere tutto quello che sosteneva, ma non si poteva non riconoscergli una sua valenza che lo rendeva unico. Aveva, e sicuramente anche adesso ha, una speciale predilezione per i bordelli, o night club, o bar, tutti quei luoghi non stradali, insomma, dove poteva rimorchiare qualche meretrice.

Quando la sera non lo vedevamo in albergo capivamo tutti che stava dedicandosi a quella che era per lui una missione: donare amore e ripartire, almeno parzialmente, la ricchezza con le meno fortunate, sempre come dice lui.

Nel primo pomeriggio di un Venerdì, giorno di riposo nei paesi di religione islamica, siamo soli in piscina e gli domando: «Gino, ma perché vai con donne a pagamento tu che hai tutte le qualità per trovarne facilmente altre che vogliano, altrettanto, vivere qualche avventura? Certo qui in Egitto non è facile, ma in generale, visto che è proprio una tua scelta, non una condizione dettata dal luogo dove ti trovi?».

Fisicamente Gino è molto alto e proporzionato, bruno con occhi scuri, capelli piuttosto lunghi che coprono il collo e leggermente brizzolati, sui quarant’anni, un sorriso accattivante: decisamente quello che si può definire un bell’uomo. Mi risponde: «Vedi Piero, andare con donne normali, cioè che vengono con me perché nasce un certo feeling, anche se sanno benissimo che prima o poi ripartirò e tutto finirà, perché io ricordati che dico loro sempre la verità, non impedisce loro di soffrire quando me ne vado. Vogliono mantenersi in contatto con me, e sperano che un giorno io possa tornare per trasformare la nostra avventura in qualche cosa di duraturo; è normale, anche in donne all’apparenza spregiudicate, è nella loro natura. Ed io, pur soffrendo per il distacco, perché ricordati Piero che io amo le donne che frequento, forse non sarei neppure capace di compiere l’atto sessuale con una che non amassi, so per certo che non cambierò. Perché mi conosco ed ho la certezza che non appena giunto in un’altra città, sofferenza o non sofferenza, mi dedicherò immediatamente alla mia passione. E non potrei applicarmi adeguatamente a una donna e dover, nel contempo, fingere nostalgia con altre al telefono, sarebbe inaccettabile per me, mi sentirei un ipocrita.

Quando ero più giovane non era così, ma dopo tre, quattro, cinque esperienze che sono tuttora motivo di sofferenza per alcune donne, e per altre vittime innocenti, ho dovuto cambiare. Non potevo continuare ad illuderne altre, non era giusto!

Le butterfly invece, come le chiamano in quasi tutto il mondo perché volano di fiore in fiore, o chiken girls come, più prosaicamente, le chiamano in Oriente perché beccano il mangime in diverse scodelle, sono interessate al denaro e quindi ben felici se, una volta tanto, glielo porta un bel giovane (sottolinea ‘bel giovane’ indicando se stesso con le due mani) invece che un vecchio.

Sono però escluse le peripatetiche e le taxi girls perché il rapporto frettoloso non mi consente un minimo di conoscenza. Ed anche le ragazze squillo perché, almeno per il primo contatto, deve avvenire senza vederle: a scatola chiusa».

Mentre Gino parla, seduto sul bordo del lettino prendisole, con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani unite, più a se stesso che a me, mi rendo conto di aver toccato un tasto dolente e forse gli ho, involontariamente, dato modo di fare chiarezza nel suo animo, di liberarsi di un peso. Parla fissando l’acqua della piscina deserta, ho la netta sensazione che stia confessandosi davanti a qualcuno certamente più importante e qualificato di me.

Per favorire la sua autoanalisi e dargli modo di giungere al fondo del problema replico: «Certamente, ti capisco, però sai benissimo che molte di loro sono vittime della malavita organizzata che ne fa una vera e propria tratta di schiave da paesi più poveri, trattenendo loro i documenti, o ricattandole in vario modo. E chi, come te, le utilizza perpetua questo stato di cose, perché se non ci andasse nessuno, cesserebbe il loro business».

Senza alzare la testa Gino allunga una mano e prende il suo bicchiere di birra ghiacciata che ci ha appena portato il cameriere, ma non la beve perché è concentrato. Non vuole interrompere il corso dei suoi pensieri e, sempre con il bicchiere che tiene ora con le due mani, dopo alcuni istanti risponde: «Anche questo è vero, ma solo in teoria, perché ricordati che non a caso esercitano quello che viene definito ‘il più antico mestiere del mondo’; anzi, in certi periodi, come è stato nell’antica Grecia ed in Giappone, c’erano persino le prostitute sacre, addirittura mille a Corinto, lo puoi leggere nelle lettere di San Paolo. Sotto forma di: schiave, odalische, favorite, amanti, o mantenute, e chissà in quanti altri modi, il sesso retribuito è sempre esistito. Continua ad esistere anche nei paesi dove avere relazioni sessuali extraconiugali è cosa normale. Quindi è pura utopia pensare di eliminare quello che è un fenomeno di scala mondiale. Indipendentemente dal regime politico o religioso che vige al momento in quel paese. Cambierà forma, sarà più o meno evidente, ma continuerà sempre ad esistere. Non chiedermi però il motivo perché non lo so, e non credo sia facile per nessuno dare una risposta».

«Scusa Gino ma sei in palese contraddizione, perché hai detto tu stesso che hai necessità di amare la donna con la quale hai un rapporto, e questo esclude il rapporto occasionale, a pagamento».

«Vedi Piero, forse per carenze affettive nell’infanzia, come abbiamo già appurato in precedenti discorsi, o forse per mie peculiari caratteristiche genetiche, io ho effettivamente la necessità di dare amore. Quando ero più giovane volevo, e cercavo soprattutto, chi mi amasse, ora non più. Io riverso un flusso d’amore sulla donna nell’amplesso seppur occasionale, pur sapendo benissimo che lei non prova assolutamente nulla nei miei confronti. Mi comporto con lei come se fosse la mia fidanzata, il mio primo amore, la tratto con gentilezza, non la costringo a fare cose che non avvengano più che spontaneamente tra noi. Per questo dedico un poco del tempo a corteggiarla, offrirle da bere, guardarla negli occhi, sfiorarle le mani e accarezzarle i capelli, prima di passare ai fatti; loro capiscono e mi assecondano: stanno al gioco. Qualcuna pensa che ho dei problemi mentali a comportarmi così e, chissà, forse è vero, ma piano piano percepiscono, anche se con iniziale diffidenza e incredulità, di essere effettivamente amate e rispettate. Si abbandonano come ad un sogno e dimenticano, anche se solo temporaneamente, la loro condizione e si lasciano andare provando molto spesso anche piacere.

Una nigeriana, una moldava ed una cilena hanno anche pianto silenziosamente alla fine del nostro amplesso amoroso. La moldava, che si faceva chiamare Marina e parlava pochissimo inglese, mi avrà ripetuto dieci volte: tank you, tank you, tank you, con le lacrime agli occhi. Le ricordo sempre, e loro probabilmente ricordano me, si sono sentite pervase di dolcezza, amate insomma, per questo hanno pianto.

Il denaro pattuito lo metto sotto la borsetta, o sotto qualche loro oggetto, in modo che sporga però discretamente, evitando loro, così, di chiederlo e far svanire subito l’atmosfera magica che si è creata, poi le bacio un’ultima volta e le accompagno gentilmente indietro, aprendo sempre la portiera dell’auto.

Pensa che cerco anche di essere fedele, perché quando, nella nuova città dove mi trovo per lavoro, conosco una ragazza che mi piace, e con la quale mi trovo bene la prima volta, torno a cercare lei e se per caso non c’è, perché è occupata con qualcun altro, l’aspetto e non mi preoccupo delle altre ragazze che si rendono disponibili, alle quali dico chiaramente che aspetto ‘lei’. La cosa le meraviglia non poco perché la maggior parte degli uomini, dicono, preferisce cambiare ogni volta e, cambiando, ne può scoprire anche di migliori o più abili. Magari è vero ma io sono fedele, almeno per tutto il tempo che resto in questo luogo, anche se mi rendo conto che nel mio caso parlare di fedeltà può sembrare un paradosso. Ad ogni( modo la cosa entusiasma non poco la ‘lei’ del momento, che si sente quasi invidiata dalle altre, e non manca mai di dimostrarmelo rendendo ancora più bello e spontaneo il nostro rapporto successivo. Pensa che per le nigeriane invece è un’offesa se un loro cliente quella sera preferisce un’altra, e sono capaci di prendersela con tutti e due i fedifraghi anche a botte: come è incredibilmente varia l’umanità, e quanto affascinanti le donne».

Mentre parla osservo i suoi grandi piedi bianchi e pelosi che hanno qualcosa di ridicolo con le corte ciabatte azzurre infradito, fornite dall’albergo, poi insisto: «Abbi pazienza Gino, ma questo di cui tu parli non è amore, è autosuggestione o soltanto un surrogato dell’amore che deve essere invece finalizzato a qualche cosa di più nobile, come la famiglia e, ancor più, i figli».

«Mannaggi’a mort’, Pie’, ci ho pensato anch’io sai, ma le cose non sono così semplici, tu parli in questo modo perché è poco che fai questa vita, sempre lontani dalla propria città, dagli amici e dagli affetti, ma io sono quasi vent’anni che vado a casa solo per i cambi di stagione, o per le festività, o di passaggio quando cambio cantiere e, credimi, tutto cambia di prospettiva. Anch’io ho una famiglia, anzi ne mantengo due, ma a casa vengo appena tollerato e quando riparto, è amaro constatarlo, tutti si sentono risollevati, figli compresi. La permanenza a casa è soltanto una pausa, ma la vera vita per me ormai è questa. Ed anche per la mia famiglia è lo stesso; quando ci sono io: aspettano pazientemente che tutto torni come sempre, alla normalità. Nessuno ne ha colpa, tutti siamo vittime del nostro destino o di scelte che, in qualche modo, siamo stati costretti a compiere. Il concatenarsi degli eventi ci ha portato dove siamo senza neppure averlo scelto coscientemente: è andata semplicemente così.

Proprio per questo io sono, e mi sento, come le mie butterfly: conduco la vita che la vita stessa mi ha preparato. L’unico modo che ho per non sprecare questa esistenza, per dare un senso e nobilitare in qualche maniera la mia vita e, concedimelo, anche per rendere grazie all’Eterno nel solo modo di cui sono capace, è donare amore: sincero e incondizionato amore.

Certo so benissimo che dovrei riuscire ad amare tutti, ed in ben altra maniera, ma per ora ci riesco solo con le mie dolci butterfy, che ne hanno tanto bisogno, ed in questo modo, che è poi il solo con il quale posso farlo».

Le nostre birre sono ormai imbevibili, ma tutti e due ci sentiamo meglio e non ce ne importa. Ci sdraiamo nei nostri lettini al sole, sul bordo della piscina, e con gli occhi chiusi ci lasciamo trasportare dal flusso dei nostri pensieri: Gino, forse, ripensando ai suoi brevi ma intensi amori; ed io riflettendo su quante persone dal comportamento religioso ineccepibile siano però, effettivamente, capaci di dare amore come Gino. Certo sotto il profilo umano è quel che si definisce ‘un peccatore impenitente’, ma credo proprio che agli occhi di colui che è capace di scrutare nei più profondi meandri del cuore, egli possa quasi definirsi santo: “Il santo puttaniere”, appunto.

 

 

(Piero Montali - Tratto da "L'enigma del Monte Sagro)

 

 

Il pastore.

 

 

 

….mi trovavo su un territorio piuttosto arido e freddo per l’altitudine, come possono esserlo certe zone montagnose dell’Iran o dell’Afghanistan. Non c’erano boschi né si vedevano paesi. Neppure un filo di fumo si levava ad indicare lontani insediamenti umani. In mezzo al terreno roccioso crescevano bassi cespugli di mirtilli e poche zolle erbose. Quasi sulla sommità del monte, a ridosso del vento che soffiava quasi sempre nella stessa direzione, c’era una bassa capanna verso la quale mi diressi. Mentre salivo continuavo ad osservare il panorama circostante: si vedevano altri monti o colline brulle e in lontananza alte montagne innevate, ma nessun segno di civiltà come strade o tralicci dell’alta tensione. Non c’erano neppure degli animali.

La capanna, costruita con pietre a secco e coperta da lastre di pietra grigia, aveva un piccolo ingresso alto un metro circa e largo la metà: sembrava costruita per il gioco di una bambina. Accanto a questa, seduto su una rudimentale panca di legno, c’era un pastore che osservava il suo piccolo gregge di pecore: una trentina circa, quasi tutte nere e col pelo lungo.

Rimasi per un po’ di tempo ad osservare il pastore che non si era ancora accorto di me: di età indefinita, poteva avere tra i trenta e i sessant’anni, con una barba grigia incolta. Guardava dritto davanti a sé, appena al di sopra del suo gregge, e parlava da solo. E con chi altro poteva parlare? Chissà da quanto tempo non incontrava un altro essere umano. Anche quando gli fui vicina non si mosse. Continuai ad osservarlo e ad ascoltare le sue parole. Mi resi conto che il pastore conosceva le sue pecore una per una, certamente le aveva viste anche nascere. Durante tutto il giorno, tanto che stesse fermo ad osservarle, quanto che stesse mungendo il loro latte o preparando il formaggio, continuava a ripetere sottovoce i loro nomi, uno ad uno, lentamente, ad ogni espirazione, sempre nello stesso ordine. Mentre ero ferma accanto a lui in attesa che mi dicesse qualche cosa, o magari mi chiedesse cosa stessi cercando, non smise un attimo di ripetere i loro nomi, uno alla volta con calma: Juna, Eve, Soffio, Unica, Silva, breve pausa e poi di nuovo: Nice, Alma, Maya, …

 

“Troppa solitudine poveretto – pensai - può giocare dei brutti scherzi”. Guardavo lui, le pecore, la misera capanna dove evidentemente viveva, e l’arido pascolo. Non aveva neppure un cane con sé che l’aiutasse nel lavoro, o gli tenesse compagnia. Mi chiedevo come potesse accettare di vivere in tale desolazione.

Eppure, ad osservarlo bene, non sembrava affatto sofferente, aveva un viso sereno, disteso, e degli occhi chiari, puri, se non fosse stato per il contesto avrei persino potuto pensare che fosse addirittura felice.

«E dove dovrei andare secondo te?» mi chiese intuendo i miei pensieri.

«In un altro pascolo più ricco, meno ventoso, vicino ad altra gente» risposi convinta.

«Se l’Eterno mi ha fatto nascere proprio in questo luogo, per continuare quella che fu l’attività di mio nonno e poi di mio padre, nella stessa zona dove loro hanno vissuto, avrà ben avuto i suoi motivi, non credi?»

«Che c’entra! allora, secondo il suo modo di ragionare, nessuno dovrebbe spostarsi per cercare luoghi più belli, con una natura più generosa, per migliorare la propria condizione. Invece tutti si danno da fare, viaggiano, costruiscono case e strade, si incontrano, comprano cose che li aiutino a vivere sempre meglio. Tutto ciò crea il progresso!» risposi ancora più convinta.

«E questo li rende felici?» chiese sinceramente interessato fissandomi negli occhi.

Il suo sguardo lindo sembrava penetrare sino all’anima.

Non seppi proprio cosa rispondere. Consideravo: se tutti fanno così significa che quello è il giusto modo di vivere, ma non posso dire che siano proprio felici… qualche volta, forse. Almeno quando sono innamorati dovrebbero essere felici! Il pastore riprese a parlare:

«Che tu sia ricca o povera, che conduca la tua esistenza in un luogo bellissimo, o arido come questo dove vivo io, in compagnia o da sola, non fa molta differenza, perché ricorda: non puoi trovare la felicità nel mondo esterno, c’è un solo luogo, accessibile a tutti, dove puoi scorgere una piccola parte di un giardino segreto. Ciascuno di noi possiede una speciale chiave per entrarci, ma dipenderà da te cercarlo, e una volta trovato, averne cura ogni giorno, renderlo sempre più bello e accogliente, soltanto in quel luogo, credimi, potrai sentirti completamente appagata e felice».

Quella risposta aveva dissipato i miei dubbi circa la sua condizione mentale, percepivo che quel comportamento per me strano, quasi assurdo, aveva invece una sua valenza, poteva rivelarsi importante anche per me; ne approfittai per togliermi la curiosità che mi frullava in testa sin dal primo momento:

«Mi scusi se mi permetto, ma mi sono accorta che lei ripete continuamente dei nomi. Sono quelli delle sue pecore vero? mi può dire, per favore, per quale motivo lo fa? Prometto che poi non la disturberò oltre».

Sorridendomi rispose:

«La lotta più dura che siamo chiamati a compiere non è quella per l’esistenza. È quella contro i propri pensieri che richiede l’impegno maggiore! I desideri, come i pensieri che li accompagnano, sorgono spontaneamente richiamati dai sensi che vogliono essere soddisfatti in una catena senza fine. Come un desiderio viene tacitato, o un pensiero ricacciato indietro, subito ne sorge un altro. Riuscire a guidare la propria mente è la lotta che dobbiamo combattere per non soccombere agli istinti primitivi. Avere il controllo costante del pensiero, obbligare la mente a restare vincolata alla nostra volontà, tenerla a freno, impedirle di rincorrere i pensieri che più le aggradano è l’unico modo per crescere veramente. Se vogliamo elevarci, essere migliori, rendere questa vita degna d’essere vissuta, dobbiamo iniziare proprio dal controllo della mente. Ecco perché la tengo occupata a ricordare continuamente i nomi delle mie pecore. Non è importante il come, l’importante è averne il controllo. Dobbiamo essere noi a tenere le redini, guidare il cavallo che ci trasporta, e non permettere al cavallo di scegliere dove portarci. Quando la mente-cavallo sarà domata, addomesticata, allora anche i pensieri che affioreranno saranno buoni e potremo percorrere un lungo sereno cammino».

«Grazie! farò tesoro di questo insegnamento» risposi.

«Sono io che ringrazio te per l’opportunità che mi hai offerto». Citando poi a memoria le parole di qualche testo sacro aggiunse:

«Anche se aiuterai una sola anima non avrai vissuto invano».

 

(Tratto da " Sotto la superficie ")

 

La morte del passero.

Un giorno stavo leggendo seduto alla scrivania quando un rumore insolito, un colpo secco, mi condusse ad uscire in giardino per capire cosa l’avesse provocato. Forse per un presentimento guardai subito a terra, ed ebbi la conferma: un uccellino era sbattuto violentemente contro un vetro della porta finestra sul lato nord della casa. Lo presi in mano e tentai di rianimarlo alternando leggeri battiti con il polpastrello dell’indice sul suo petto, con soffi d’aria sul suo becco. Avevo imparato quella tecnica attraverso un filmato su Facebook e in un’altra occasione aveva funzionato. Era accaduto in inverno, l’uccellino era come paralizzato e mentre praticavo il tentativo di rianimazione mi guardava. Dopo qualche minuto, quando fece alcuni tentativi di movimento, nel timore che iniziasse a volare per casa e, spaventato, nel tentativo di riconquistare la libertà, potesse andare a sbattere nuovamente contro una finestra, lo deposi avvolto in una calza di lana sul davanzale della finestra. Non volò via subito, rimase invece al calduccio dove lo lasciai. Quando, dopo una mezz’oretta, tornai a vederlo non c’era più.

Anche questa volta l’uccellino sembrava guardarmi, mi fissava, era ancora caldo, ma i miei tentativi di rianimazione furono inutili. La testa ciondolava inerte, probabilmente si era spezzato l’osso del collo, e lo sguardo aveva la fissità della morte. Ne soffrii molto, in un certo senso mi sentivo responsabile: era stato ingannato dal cielo riflesso sui vetri della mia casa. Forse, mi dicevo, avrei dovuto mettere, come fanno nelle vetrate delle autostrade, delle sagome di uccelli rapaci per spaventare i piccoli passerotti e gli altri uccellini che così numerosi accorrono nel prato con l’erba rasata. Ma temevo che non sarebbero più venuti ad allietarmi con la loro compagnia. Quando sono in giardino rispondo ai loro richiami e quando il clima è rigido, acquisto il pandoro appositamente per loro che lo gradiscono molto: appena una fetta è finita richiamano in molti modi la mia attenzione perché provveda a metterne un’altra sul solito ramo.

Su internet cercai di conoscere qualcosa di più sull’uccellino morto: si trattava di un verdone, il cui nome deriva probabilmente dalla colorazione verdognola del dorso, della famiglia dei passeriformi che vivono in Africa settentrionale e in Eurasia. È un migratore di abitudini gregarie: si associa sovente con altri passeri, fringuelli e cardellini. Da Marzo in poi la femmina nidifica su alberi e arbusti. Predilige campagne coltivate, frutteti e giardini dov’è più facile procurarsi il cibo.

Non so se fosse un maschio o una femmina, ma l’idea che avesse fatto un tragitto così lungo per poi finire la sua corsa contro il mio vetro proprio non mi andava giù. Tornai all’esterno della casa per vedere cosa avesse indotto in errore il verdone: sui vetri si riflettevano l’azzurro del cielo e gli alberi, ma il tetto era bene evidente. La casetta dove vivo in periferia è bassa e circondata dal prato, il salottino sul lato nord è chiuso da una vetrata grande come la parete. Questa vetrata poteva sembrare un tunnel aldilà del quale c’era un altro mondo da scoprire. Forse proprio per questa ragione, per vincere la paura del tunnel, egli aveva volato alla velocità massima e l’imprudenza gli era stata fatale. Voleva esplorare, scoprire nuove terre. In qualche modo mi assomigliava: anch’io ho rischiato la vita molte volte nei miei viaggi, avventurandomi in luoghi solitari e pericolosi, e mi è andata bene. Chissà quanti esploratori, navigatori, o comunque cercatori, hanno invece concluso con la morte la loro avventura nell’ignoto. Se alcuni sono riusciti a raggiungere terre, mari, altre popolazioni, ed hanno legato il proprio nome alle loro scoperte, altri sono morti nel tentativo di riuscirci e nessuno li ricorda più. Restano anonimi come il mio piccolo coraggioso e sfortunato uccellino.

Tutta la mia commossa solidarietà si volgeva verso quel piccolo essere che non si era accontentato di una vita piatta, non aveva voluto uniformarsi alla massa di volatili intenti solo a soddisfare i loro appetiti fisici, che voleva di più. Forse cercava condizioni migliori di vita dove poter allevare la prole? Era spinto solo dalla curiosità? O voleva mettere alla prova il suo coraggio sfidando l’ignoto? Non lo saprò mai. Preparai una degna sepoltura all’interno di un grande vaso di rose, così, in qualche modo, una parte di lui continuerà a vivere nei fiori profumati. Mi consolava solo il pensiero che la morte altro non sia che la cessazione di vita in una certa forma, dunque l’inizio di un livello di esistenza più alto della prima che si svolgerà in ambienti e condizioni più congeniali. Infatti, recita in una poesia, che cito a memoria, quello che è considerato il più grande poeta mistico della letteratura persiana, fondatore della confraternita dei dervisci rotanti, Maulana Rumi:

 

Morii come minerale e divenni una pianta.

Morii come pianta e fui innalzato ad animale.

Morii come animale e fui uomo.

Perché dovrei temere? Son mai venuto meno morendo?

 

Anche al gabbiano Jonathan Livingston, non bastava vivere solo per procurasi il cibo, voleva assolutamente riuscire a volare a velocità come mai nessun gabbiano era riuscito a fare, provava e riprovava, correggeva i suoi errori e si rituffava a velocità vertiginose: voleva raggiungere la perfezione. E per questo venne radiato dallo stormo, come spesso avviene a chi cerca di librarsi ad altezze inconcepibili alla massa dei suoi simili.

Chissà se anche il verdone aveva iniziato a cercare di raggiungere la perfezione, chissà quanti errori e delusioni lo avevano spinto a desistere più e più volte, chissà se i suoi simili non lo considerassero un uccello pazzo assolutamente da evitare. Oppure era al suo primo tentativo? È molto probabile, altrimenti non sarebbe volato così veloce, non ce ne sarebbe stato bisogno. O forse era semplicemente giunto il suo momento, il passaggio dalla porta stretta, secondo quanto scritto nel libro del destino. In qualche modo per rinascere doveva pur morire, quindi morire prima d’essere invecchiato poteva significare che era pronto, che aveva superato e risolto i limiti della sua condizione di animale.

Dinanzi alla morte di uno dei suoi migliori allievi, schiantato contro un masso di granito Jonathan aveva parlato di cambiamento di ‘livello di coscienza’. Il pensiero che da quel momento anche il verdone stesse volando felice in un’altra dimensione mi fu di consolazione.

 

 

 

Tratto dal libro “ Il rombo diviso”