Saggi

 

Ottagono - Capitello - Altare

Il messaggio subliminale dei geroglifici

Una probabile nuova interpretazione del dipinto Natività mistica del Botticelli

Ottagono - Capitello - Altare - Piero Montali

Il linguaggio dei simboli è ormai divenuto estraneo alla mentalità moderna, e l’uomo è portato per sua natura a diffidare di ciò che non comprende. Questo spiega la difficoltà a parlare o scrivere di simboli. Il simbolismo, invece, è il mezzo più idoneo per trasmettere verità di ordine superiore, religiose e metafisiche. È più idoneo del linguaggio, che pone alla comprensione limiti ristretti, e apre all’intuizione con possibilità di comprensione veramente illimitate. Ciascuno può dunque comprendere la verità che rappresenta, in ragione delle proprie possibilità intellettuali o di crescita spirituale. Le verità più alte non possono essere consegnate alle parole - Gesù, Buddha, Socrate e Pitagora non hanno lasciato scritto nulla – mentre possono essere trasmesse proprio tramite il simbolo. Questo, con i suoi significati molteplici e sovrapposti, è il mezzo di espressione naturale di ogni vero insegnamento iniziatico. Una delle funzioni essenziali del simbolo è quella di suggerire l’inesprimibile, di farlo presentire o, come dice Réné Guénon ‘assentire’, in virtù delle trasposizioni che permette di effettuare da un ordine all’altro, dall’inferiore al superiore.

I simboli sono ovunque, moderni e antichissimi. Alcuni, molto frequenti, sono rintracciabili nei templi di diverse religioni, come gli stupa buddisti e la qubbah islamica, o nelle chiese cristiane, come la sacrestia della basilica di San Lorenzo a Firenze.

 

Esaminiamo brevemente in questa sede tre simboli fondamentali dell’architettura cristiana: il cubo e la sua proiezione, il quadrato, che rappresenta la terra; la cupola e la sua proiezione, il cerchio, che rappresenta la volta celeste; infine l’ottagono quale elemento indispensabile che consente di unire cubo e cupola, e parallelamente cerchio e quadrato. L’ottagono è l’elemento di transizione, simbolicamente il regno intermedio ubicato tra cielo e terra. A questo proposito ricordiamo che i Battisteri antichi avevano molto spesso forma ottagonale. Ottagonale è la base della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, iniziata da Lapo Ghini e terminata dal Brunelleschi. Conserva questa forma anche la fonte battesimale di molte chiese, dove il battezzato diviene cristiano per intercessione divina. René Guénon ci ricorda: “quando consacra l’acqua, il sacerdote traccia con l’alito sulla sua superficie un segno che ha la forma della lettera greca ‘psi’, iniziale della parola ‘psyché’; questo è assai significativo poiché è effettivamente nell’ordine psichico che deve operare l’influenza alla quale l’acqua consacrata serve da veicolo” .

Se idealmente tracciamo una sezione verticale del cubo e della sovrastante cupola di una costruzione, otteniamo due colonne che sorreggono un arco. Nel punto di unione, dove c’era l’ottagono, l’elemento di transizione, si trova spesso collocato un capitello: all’apparenza un palese elemento decorativo, ma in ragione della specifica ubicazione, ne ipotizziamo un ulteriore e più sottile significato.

Equivalenti del cubo e della cupola si riscontrano anche nella pianta delle chiese con l’abside, la parte sacra, di forma semicircolare. L’abside quindi come simbolo della volta celeste, del paradiso, e quindi sede della Divinità. La parte quadrata, o l’equivalente rettangolare, della navata simbolo della terra, sede dell’umanità. In questo caso l’altrettanto importante elemento di transizione è l’altare, dove il sacerdote con la liturgia dell’Eucarestia mette in contatto i due mondi. L’altare quindi, seguendo la nostra ipotesi, si dovrebbe trovare esattamente nel punto intermedio come accade per l’ottagono e il capitello. Un esempio di questo tipo si può osservare nella chiesa del Santuario della Madonna delle Grazie, nel comune di Portovenere (SP). L’altare del santuario è inserito in un muro proprio come l’iconostasi delle chiese copto -ortodosse che separa la parte sacra riservata al clero, il fano, luogo consacrato, dal pro-fano.

Le chiese antiche erano orientate con l’abside verso Oriente, da dove proviene la luce, cioè il Cristo. Quindi sia il celebrante che il pubblico erano giustamente volti in quella direzione versus Deum. Questo era vero sino a cinquant’anni orsono perché con il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, molte cose sono cambiate: ad esempio la Messa non viene più celebrata in latino ed il prete celebra con le spalle all’abside e rivolto al pubblico versus popolum. Non entro nel merito della scelta senza dubbio dettata da ottime ragioni ampiamente discusse, ma da appassionato ricercatore di simbolismi la cosa mi lascia perplesso.

Il sacerdote, dal latino sacerdos-otis è colui che rende sacro il suo ministero. Lo rende sacro unendo cielo e terra, unendo il divino con il profano: “Il Verbo, facendosi uomo, assume proporzioni umane, con l’Incarnazione, unisce la propria divinità all’umanità, collega il cielo alla terra e mette nel cerchio una forma di quadrato che corrisponde alla forma dell’uomo o – meglio ancora – iscrive il quadrato nel cerchio della divinità…”

 

Esistono una grande varietà di capitelli: da quelli a forma di palma e papiro degli antichi templi egizi a quelli a noi più vicini. Il capitello posto in cima alla colonna si suddivide in due parti: l’abaco, che si raccorda con l’arco, e l’echino dove compaiono gli elementi caratteristici del tipo di capitello: Ionico, Dorico, Corinzio, tanto per citare quelli più noti.

Particolarmente interessanti sono i capitelli figurati, presenti specialmente nelle cripte romanico-bizantine. Il romanico presenta caratteristiche architettoniche simili a quelle paleocristiane e bizantine. Ci sono vari studi e teorie sull’interpretazione dei capitelli figurati o protomi, quasi sempre però riferiti a uno specifico edificio trattato. Tra le varie spiegazioni sul significato di tali capitelli troviamo quella di segnaletica per un itinerario spirituale da condursi all’interno di un luogo sacro, o quella di traslitterazione della dottrina cristiana secondo una tecnica simile al moderno fumetto o ancora quella di veri e propri libri di pietra che oltre tramandare episodi biblici, scandivano i cicli dell’anno, del cielo, dei raccolti e della natura.

Nel suo interessante studio Marius Schneider , riferendosi al chiostro della Cattedrale di Santa Maria di Ripoll, precisa: “il posto di volta in volta occupato da ogni singolo capitello nella successione delle colonne dei tre chiostri benedettini qui esaminati non è mai casuale, ma è sempre determinato da un ritmo globale musicale o ideologico. Né “fantasia sfrenata” né “arbitrio artistico” disposero a piacere nello spazio teste e figure di santi, animali ed esseri fantastici, ornamentazione vegetale e scene mitologiche o bibliche, ma una severa e consapevole volontà ordinatrice suddivise ingegnosamente le superfici secondo un piano ben congegnato”.

Se consideriamo che molti capitelli erano riutilizzi di quelli trovati in precedenti templi, anche pagani, si capisce che una interpretazione univoca è praticamente impossibile. Nelle cripte romanico-bizantine si riscontrano, senza però generalizzare, capitelli con figure contraddittorie: alcune mostruose e altre di santi e angeli. Immagini demoniache nei capitelli erano abbastanza frequenti:”l’arte romanica ha più volte raffigurato questi demoni. Sui capitelli di Saulieu, di Vézelay, a Moissac, a Souillac, le loro spalle cadaveriche portano ali d’angelo” . I mostri potrebbero rappresentare il male in agguato che impedisce il passaggio dalla porta stretta; mentre, al contrario, figure positive potrebbero esorcizzare il male o favorire il passaggio. Le quattro arpie presenti nella cattedrale di Otranto ad esempio potrebbero raffigurare le tentazioni cui è sottoposto il genere umano.

Sempre a proposito della cattedrale di Ripoll Marius Schneider scrive: “se i grifoni rappresentano gli avamposti della montagna celeste, gli angeli rappresentano i custodi sul lato opposto. In entrambi i capitelli è espressa visibilmente l’idea del passaggio dal cielo alla terra, poiché come nella figura bivalente dei grifoni si incrociano i due mondi, così anche gli angeli che suonano accanto alle donne terrestri sembrano rappresentare il contatto fra i due regni”.

Anche lo sciamano don Juan descrive il passaggio fra i due mondi: ”c’è una frattura tra i due mondi, il mondo dei diablero e il mondo degli uomini viventi. C’è un luogo dove i due mondi si sovrappongono: là è la frattura. Si apre e si chiude come una porta nel vento “ .

Nella storia della Chiesa di San Pietro a Tuscania leggiamo: “…esternamente ad esso compaiono i quattro evangelisti e due draghi pronti a catturare la loro preda. Accanto a questi ultimi si trovano due bifore, una a destra del rosone, e l’altra a sinistra, interne a quella di destra compaiono figure diaboliche, mentre nell’altra appaiono l’Agnello di Dio e figure angeliche, a simboleggiare la continua lotta tra il bene e il male.”

Se, come abbiamo anticipato, il capitello è l’elemento simbolico del passaggio tra cielo e terra l’intuizione induce a pensare che queste figure, comuni ai due regni, siano presenti come guardiani del confine, per aiutare nel passaggio o per ostacolarlo, per spaventare con esseri mostruosi e far desistere l’iniziando, o per incoraggiarlo con la visione di santi e figure angeliche.

 

Il messaggio subliminale dei geroglifici - Piero Montali

Nel lontano 1988, seguendo un interessante corso di storia delle religioni, rimasi molto affascinato dalle lezioni riguardanti gli Egizi. Fu l’occasione di un primo contatto con gli studi sulla grande piramide attribuita a Cheope che ne indagano le eccezionali caratteristiche costruttive, i riferimenti stellari e altre particolari qualità. Attraverso tali indagini si intuiscono sia le grandi conoscenze dei suoi costruttori sia la presenza, tuttora celata, di misteri ben più importanti che ancora oggi appassionano studiosi di tutto il mondo. Durante quelle lezioni sentii spontaneamente nascere in me il desiderio di visitarla, conoscerla, di poter fare meditazione al suo interno, sebbene non avessi una ragione o uno scopo ben preciso. Quando, alcuni anni dopo, ricevetti la proposta per una supervisione a un lavoro in Egitto, accettai subito con entusiasmo.

Rimasi dieci mesi proprio a Giza. Da lì, nei giorni di riposo, raggiungevo le piramidi a piedi. Leggevo libri su di esse, appassionandomi sempre più. Giravo da solo tra tombe e rovine, osservavo tutto, fotografavo, ma soprattutto aprivo il cuore. Sentivo che un luogo sacro come quello, permeato di saggezza e mistero, avrebbe potuto, in se stesso, trasmettermi qualche cosa; non sapevo esattamente cosa, ma sentivo di voler provare a cercare. Anche ora, a distanza di anni, non posso spiegare esattamente quale dono possa aver ricevuto ma so che in me è rimasta una specie di nostalgia di quei luoghi. Col tempo, la consapevolezza di questo stato d’animo ha fatto scaturire un’intuizione: che siano stati i geroglifici, quei segni imperscrutabili ma osservati così a lungo, a stabilire un così forte legame con una parte molto profonda sebbene ignota di me stesso? Che dunque essi siano un mezzo per parlare direttamente al cuore, indipendentemente dalla cultura, razza o credo religioso di chi osserva? Senza dubbio un’ipotesi fantastica, o forse la segreta speranza di aver ottenuto qualche dono senza troppo sforzo. Non rimaneva che continuare la ricerca leggendo altri libri per trovare argomenti a sostegno della mia ipotesi. Ho scoperto così che scrittori e affermati studiosi hanno per lo meno indugiato su questo aspetto, diremmo, ‘metafisico’ dei geroglifici.

“Quando l’anatra dei geroglifici vi morde, scriveva Rougé - uno dei primi egittologi francesi – non vi lascia più” . Un altro modo per affermare che, quando si comincia a interessarsi ai geroglifici, avviene una trasformazione, un nuovo entusiasmo, che non ci abbandonerà tanto facilmente.

 

Un po’ di storia.

Dal 535, data della chiusura dell’ultimo tempio da parte dell’imperatore Giustiniano, sino al 1799, anno della scoperta della stele di Rosetta, così chiamata per il nome della città dove fu rinvenuta, i geroglifici sono rimasti ‘muti’. Per almeno vent’anni, schiere di studiosi, tra i quali anche il famoso psicologo Carl Gustav Jung, hanno tentato di decifrare i geroglifici della stele, tramite le altre trascrizioni in demotico e in greco, ma inutilmente. Poi, nel 1822, Champollion ebbe un’illuminazione che lo lasciò cinque giorni esanime, in uno stato alterato di coscienza. Egli era ossessionato dal desiderio di scoprire la chiave di lettura di una civiltà così prodigiosa. Per riuscirci aveva imparato il copto, l’ebraico, il persiano, l’arabo e persino il cinese.

Per comprendere la sua scoperta occorre sapere che, secondo la tradizione, Thot fu l’inventore delle meduneter, le “parole di Dio”, cioè i geroglifici, origine d’ogni scienza. Thot è rappresentato con la testa dell’Ibis e 8 è il numero a lui sacro. È opportuno specificare che i geroglifici - che inizialmente erano circa 750 ma in epoca tolemaica divennero più di 1000 - non sono l’equivalente di lettere e non sono sempre uguali. Lo stesso concetto, infatti, poteva essere rappresentato in modo diverso a discrezione di chi componeva il testo. Era inoltre frequente il ricorso dei sacerdoti all’uso di simbolismi e metafore.

Champollion dunque comprese che i geroglifici sono nello stesso momento segni figurativi, simbolici e fonetici. La parola ‘geroglifico’ deriva dal greco hieros e glyphein e significa ‘sacro segno inciso’. Il corsivo dei geroglifici è la scrittura ‘ieratica’; anche questa espressione deriva dal greco hiératikòs cioè ‘sacerdotale’. Il successivo corsivo del corsivo, invece, è il ‘demotico’ vale a dire, ‘popolare’, che non conserva più alcun riferimento con i geroglifici originari.

Se consideriamo che il nostro alfabeto è composto di 21 lettere, più che sufficienti per comporre opere letterarie di altissimo valore, e quello arabo di 28, perché gli Egizi, già molto avanzati in matematica, astronomia, chimica, medicina, religione, al tempo in cui noi eravamo ancora pressoché dei barbari, avrebbero dovuto necessitare di così tante lettere o simboli? Una stessa parola poteva essere scritta in molti modi, usando geroglifici diversi: ad esempio ci sono ben otto modi diversi per scrivere ‘i viventi’. Si può dunque avanzare nell’ipotesi che i geroglifici siano simboli portatori di un messaggio ermetico che giunge direttamente al cuore senza necessariamente passare per il cervello.

 

I geroglifici di Orapollo sono uno dei testi più antichi che conosciamo: scritti originariamente, pare, in lingua egiziana e tradotti poi in greco, risalgono almeno al IV-V secolo d.C. Nell’introduzione alla recente edizione italiana, leggiamo che nella stessa Bibbia e nelle testimonianze dei Padri della Chiesa l’Egitto è identificato quale terra d’origine della magia e di tutte le scienze: “l’idea della superiorità della lingua egiziana, che si riteneva possedesse un potere magico e una forza creatrice sconosciute a tutte le altre lingue, è più volte affermata nella letteratura ermetica”. Viene citato Pierio Valeriano, che nella sua enciclopedia simbolica Hieroglyphica aveva ipotizzato che i geroglifici rappresentassero un “muto discorso da concepirsi con la mente attraverso le immagini delle cose, non da enunciarsi attraverso il suono della voce o la combinazione delle lettere”. Ricordiamo poi che lo stesso Mosè venne istruito in tutta la sua sapienza dagli Egizi.

L’egittologo Christian Jacq, nella sua introduzione a Il segreto dei geroglifici riporta un’affermazione dell’ebreo Filone che, nel I secolo d. C., scriveva: “i discorsi degli Egizi ci presentano una filosofia che si esprime per mezzo di simboli, filosofia che essi rivelano in lettere chiamate sacre”.

Nel III secolo d.C., il filosofo Plotino dirà ancora: “i saggi dell’Egitto dimostravano la loro profonda conoscenza, impiegando segni di valore simbolico tramite i quali essi comunicavano intuitivamente, in certo qual modo, senza far ricorso alla parola […] Così ogni geroglifico costituiva una specie di scienza o di saggezza”.

Opinioni non trascurabili – afferma Jacq – perché questi due pensatori frequentavano abitualmente la biblioteca di Alessandria e dovevano essere ancora in grado di leggere i geroglifici. Ad Hermopolis, nel Medio Egitto, sulla tomba di Ptosiris, gran sacerdote di Thot signore dei geroglifici, si possono leggere queste parole: “o viventi che siete sulla terra, che vedrete questa dimora d’eternità e passerete davanti ad essa, venite! Io vi guiderò sul cammino della vita. Se voi ascolterete le mie parole, se voi osserverete ciò che voglio dire, questa vostra disponibilità vi porterà beneficio”.

Nel De magia il celebre filosofo Giordano Bruno scrive: “le sacre lettere in uso tra gli Egizi venivano dette geroglifici … ed erano immagini … tratte dalle cose della natura o da parti di esse. Servendosi di tali scritture e voci gli Egiziani erano soliti impadronirsi, con meravigliosa abilità, della lingua degli Dei”.

La “scienza delle lettere, come la definisce l’iniziato Guénon, era la conoscenza di tutte le cose e la calligrafia che riproduceva il processo cosmogonico era un rito preliminare all’iniziazione degli scribi. I geroglifici erano ritenuti capaci di possedere una vita propria e un potere d’evocazione talmente forte che, per limitarlo ed evitarne gli effetti dannosi, venivano tagliati con intersezioni o spezzettati. Così, ridotti a qualche indicazione frammentaria, non potevano più procurare deliri, trance collettive, furori, contorsioni, scatenamenti di entusiasmo, movimenti frenetici di piacere o spavento”. In Egitto rappresentavano l’immagine del divino.

Gli antichi sacerdoti egizi, oltre a celebrare i riti, provvedevano anche all’insegnamento della scrittura, la cui conoscenza era ritenuta necessaria alla celebrazione delle cerimonie. Giamblico, nel De mysteriis, afferma: “gli Egizi, imitando la natura stessa dell’universo e l’opera costruttrice degli dèi, svelano anch’essi, nel fabbricare i simboli, immagini di mistiche ed occulte nozioni, a quel modo stesso che la natura esprime nelle forme visibili, come in simboli, le occulte ragioni e gli dei esplicano in immagini manifeste la verità delle idee”.

Del resto, a proposito dei mezzi di trasmissione spirituali, basterebbe pensare che tutte le religioni iniziatiche si avvalgono anche di simboli in qualità di importanti veicoli di questo potere. Guénon ci ricorda: “le reliquie sono precisamente un veicolo di influenze spirituali; è questa la vera ragione del culto di cui esse sono oggetto, anche se è una ragione che non è sempre cosciente nei rappresentanti delle religioni exoteriche, i quali sembrano talvolta non rendersi conto del carattere molto ‘positivo’ delle forze che maneggiano, ciò che d’altronde non impedisce a tali forze di agire effettivamente, persino a loro insaputa, quantunque forse con minore ampiezza di quanto potrebbero se fossero meglio dirette tecnicamente” . Anche dalla tradizione ebraica riceviamo a questo proposito indicazioni interessanti: “con questi neri cinturini (filatteri) fissiamo sul braccio e sulla fronte quattro paragrafi della Sacra Scrittura, cuciti dentro cubetti di cuoio nero. Le loro lettere, in una magnifica calligrafia ebraica, emanano raggi invisibili che ci penetrano direttamente nel cervello e nel cuore. Ci avvicinano a Dio e neutralizzano i nocivi influssi esterni. Chi non se ne cinge, incorre nella grave scomunica. Anche Dio ha i suoi filatteri”.

L’indagine su fonti ulteriori potrebbe continuare, ma ciò che qui interessa è sottolineare l’importanza dell’intuizione: un messaggio non verbale, appena percettibile, che viene da dentro di noi, e rappresenta qualche cosa che ci deve far riflettere, senza rifiutare tutto ciò che non è dimostrabile. Il famoso sensitivo Gustavo Adolfo Rol diceva: “non commetterò il tipico errore di considerare una frode tutto ciò che non sono in grado di spiegare”. Anche il grande matematico, astronomo e fisico francese, Pierre-Simon di Laplace, scrisse: “siamo così lontani dal conoscere tutte le forze della natura e la modalità delle loro azioni, che non sarebbe degno di un filosofo negare un fenomeno semplicemente perché è inspiegabile allo stato attuale delle nostre conoscenze”.

Avere ‘i piedi per terra’ non significa rinunciare ad un cuore ed una mente dilatati, recettivi, perché il mondo spirituale è ancora troppo sconosciuto per poter avere nozione dei mezzi di comunicazione che usa, o sapere in quali modi possa interagire con ciascuno di noi e più precisamente, con il nostro spirito. La modesta ricerca che raccolgo in queste paginette mi motiva a continuare a cercare e questo credo proprio sia l’unica cosa che la nostra limitata natura umana possa fare.

 

Siena.

Sul pavimento dell’ingresso nella cattedrale c’è una tarsia marmorea del 1488 raffigurante Ermete che tiene in mano un libro aperto nel quale si legge: “SUSCIPITE O LICTERAS ET LEGES EGYPTII”. Un amico filosofo e latinista mi ha detto che la frase si può tradurre “Ricevete, o Egizi, le scritture e le leggi”, ma anche “Apprendete, o Egizi, le lettere e le leggi”. La differenza è sostanziale, perché, alla luce di quanto appena appreso sui simboli da Guénon, nel primo caso si tratta di ricevere le ‘scritture’, cioè il significato letterale, mentre, nel secondo, di ricevere le ‘lettere’ e, quindi, proprio i simboli quale arcano mezzo di trasmissione. Credo inoltre che in ‘Egyptii’ sia stata deliberatamente aggiunta una ‘i’ per criptare o, comunque, occultare il vero messaggio, che senza questa vocale risulterebbe essere: “ricevete le lettere e leggi dell’Egitto”. Una tale esortazione sarebbe stata poco pertinente all’interno di una chiesa, e del resto che significato avrebbe un’esortazione di Ermete agli Egizi all’interno di una cattedrale cristiana?

Nella stessa tarsia di Siena, sotto la figura centrale, c’è la didascalia: “HERMES MERCURIUS TRISMEGISTUS CONTEMPORANEUS MOYSI”. L’iscrizione, così come l’immagine che essa accompagna, venne realizzata proprio nell’epoca in cui ferveva l’entusiasmo per la traduzione del Corpus Hermeticum da poco compiuta ad opera di Marsilio Ficino. Questi riteneva che il Trismegisto fosse uno dei prisci theologi, ovvero uno degli antichissimi depositari della sapienza successivamente raccolta dai pitagorici e dai platonici. Un’altra corrente di pensiero aveva invece identificato Mosé con Ermete stesso, attribuendogli quindi i meriti della prodigiosa crescita del popolo egizio. Questa ipotesi era però stata smentita da Sant’Agostino che nel De civitate Dei, riprende il tema della sapienza egizia affermando, come del resto si legge anche negli Atti degli Apostoli, “che in quel Paese essa esisteva già prima di Mosé. Se ciò non fosse corrisposto a verità, non sarebbe stato scritto nei libri santi che Mosé era stato addottrinato in tutta la sapienza degli egiziani poiché, dopo essere stato nutrito dalla figlia del Faraone, fu anche educato nelle arti liberali”.

A partire dal XVII secolo e, in particolare, dall’opera di Isaac Casaubon, l’arcaica datazione degli scritti ermetici è stata respinta. Oggi il mondo accademico li colloca tra i duecento anni prima e i duecento dopo la nascita di Cristo. Tuttavia, se consideriamo che i geroglifici, tradizionalmente attribuiti ad Ermete-Thot, almeno tremila anni prima di Cristo esistevano già, dovremmo probabilmente retrodatare anche i testi ermetici. Personalmente ritengo che la confusione sia stata generata dai vari passaggi subiti nel tempo dagli scritti ermetici attraverso le trascrizioni; i traduttori, in tempi molto lontani tra loro, interpretarono i testi spesso annettendo parti esplicative alla luce delle loro conoscenze e di una personale cultura ben diverse da quella in cui quegli scritti erano stati originati. Del resto il grande Ermete aveva addirittura già previsto, e anche scritto di questa eventualità.

Nel Capitolo XVI – DEFINIZIONI DI ASCLEPIO AL RE AMMONE – del Corpus Hermeticum, leggiamo: “Ermete dunque, il mio maestro, discutendo spesso con me in privato o anche talvolta alla presenza di Tat, mi ha detto che coloro a cui capiterà di leggere i miei libri, troveranno molto semplice e chiara la composizione, mentre invece è oscura e nasconde il significato delle parole, e diverrà poi del tutto oscura quando i Greci, più tardi, vorranno tradurla dalla nostra lingua nella loro, il che porterà alla più grande distorsione del testo e a una completa oscurità […] Per quanto ti è possibile dunque, o re – e a te tutto è possibile - preserva questo discorso da ogni traduzione, così che i grandi misteri non giungano presso i greci e la loro locuzione debole e ornata, non renda sbiadita la nostra lingua grave e vigorosa e la forza dei suoi termini. I greci infatti, o mio re, non hanno che discorsi vuoti, utili per dimostrazioni, e questa è la filosofia dei greci: un rumore di parole. Noi invece non ci serviamo di discorsi, ma di suoni pieni di cose” .

Ne possiamo dedurre che quanto appena letto fosse stato scritto precedentemente ai classici greci e solo successivamente tradotto, tra l’altro mantenendo inalterata nel testo anche la critica a loro indirizzata. In questo caso, sarebbero dunque Platone e molti altri ad aver attinto dall’Ermetismo, non il contrario. Del resto nell’Odissea stessa, scritta almeno tre secoli prima che nascesse Platone, Omero cita, in almeno tre occasioni, Ermete il messaggero e le sue straordinarie qualità.

Ammettendo che il mitico Ermete possa essere stato identificato in più uomini vissuti in epoche diverse, ciò non esclude che almeno uno di essi, e probabilmente proprio quell’Ermete-Thot al quale secondo la tradizione egizia viene attribuita l’invenzione dei geroglifici, sia vissuto moltissimo tempo prima di Platone.

Alcuni anni orsono, presso il castello San Giorgio di La Spezia, presi parte ad un corso sui geroglifici tenuto dal prof. Caviller dell’università di Genova. Un giorno incontrai casualmente lo studioso fuori dal castello, presi il coraggio a due mani e rischiando il ridicolo gli dissi: “professore non vorrei farla inorridire ma sono convinto che i geroglifici siano stati concepiti per inviare messaggi subliminali”. Immaginate la mia sorpresa quando mi rispose: “ma è proprio così”.

 

Una probabile nuova interpretazione del dipinto Natività mistica del Botticelli - Piero Montali

Descriviamo il dipinto:

Al centro, la capanna della natività al completo; ai lati, due gruppi rispettivamente di tre e due uomini con il capo cinto da fronda di Olivo. Ciascun gruppo è accompagnato da un angelo che pare spiegare loro il mistero di questa nascita così importante. Sul tetto della capanna altri tre angeli: uno di essi regge un libro e gli altri due protendono una mano a sfiorarlo. Alla base del dipinto, in primo piano, tre angeli abbracciano tre uomini anch’essi col capo cinto da fronda, o ghirlanda, mentre intorno si vedono cinque diavoletti nell’atto di fuggire, o nascondersi nelle cavità rocciose. In alto, al disopra della scena, dodici angeli in cerchio sembrano danzare all’interno, o meglio al disotto di un grande disco o apertura circolare nel cielo. Questi dodici angeli sorreggono dei rami dai quali pendono dieci corone..

 

Leggiamo alcuni commenti:

Nella Storia dell’arte Italiana a cura di Giulio Carlo Argan il dipinto viene così commentato:

proprio in quell’anno 1500, che gli pare l’anno della fine del mondo, (Botticelli) dipinge la Natività: forse il più ascetico, ma anche il più aspramente polemico dei quadri del suo ultimo periodo. E l’accompagna con una scritta apocalittica, che prevede immense sventure per il secolo che nasce […] Immagina uno spazio assurdo, in cui le figure vicine sono più piccole delle lontane, perché così facevano i «primitivi», e le linee non corrono a un punto ma saettano a zig zag in un paesaggio da miniatura gotica, tra un mulinello di angeli”.

Nella guida alla mostra sul Botticelli, tenuta a palazzo Strozzi di Firenze nel 2004, il quadro è introdotto dal seguente commento:

in questo senso di visionaria scena apocalittica, ci si può riferire alla predicazione Savonaroliana; si spiegano così i toni arcaici della composizione o la presenza delle tre figure angeliche sul tetto della capanna che adombrano il ricordo delle predicazioni del frate intorno alla Natività […] Stessa valenza allegorica sarà rintracciabile nella diversa proporzione usata per i diavoli e gli angeli abbracciati agli uomini, nel cui stringersi Botticelli ha forse voluto indicare come opportuno il ritorno ai più semplici valori della fede e alla concordia”.

Anche altre versioni interpretative del dipinto in oggetto, facilmente reperibili su siti web italiani ed inglesi, sono comunemente orientate a ricondurlo fondamentalmente ad un’illustrazione apocalittica che sarebbe stata ispirata dai sermoni del Savonarola che proprio in quell’epoca predicava in Firenze.

 

Una ipotesi di ricerca:

Qualche anno fa l’amico Andrea Rabassini, filosofo studioso di Marsilio Ficino, mi portò a conoscenza della traduzione dal greco al latino che Ficino realizzò su richiesta di Cosimo de’ Medici, di un testo antichissimo: il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto. La nostra conversazione ci portò a considerare la grande risonanza che quest’opera doveva aver avuto nella Firenze del quindicesimo secolo.

Mi sorse dunque il pensiero della possibilità che il Botticelli, in questo dipinto così strano e completamente diverso dai precedenti, fosse stato influenzato dalla lettura proprio del Corpus Hermeticum sebbene non avesse voluto manifestarlo apertamente. Lo stesso anno di realizzazione della la Natività mistica (1501) lasciava aperta questa possibile ipotesi, in quanto successivo alla traduzione del Corpus Hermeticum (1464).

Mi posi a leggere con grande attenzione una versione moderna del testo, per cercare eventuali riscontri alla mia intuizione. Il capitolo XII, “Discorso segreto sulla montagna – Intorno alla rigenerazione e alla regola del silenzio”, nel quale Ermete Trismegisto parla a suo figlio Tat, si rivela particolarmente importante.

Esso descrive come avviene la rigenerazione o iniziazione. Alcuni passaggi possono a mio avviso trovare riscontro nel dipinto Botticelliano:

…raccogliti in te stesso; basta che tu lo voglia e ciò avviene; trattieni i sensi del corpo e avverrà la nascita della divinità […] Adesso taci, figlio mio, mantieni un religioso silenzio: così la misericordia divina non cesserà di discendere fino a noi. Rallegrati ora, figlio mio, poiché sei stato purificato dalle potenze di Dio, affinché il Logos (Verbo) si raccolga in te”.

E adesso nessun tormento delle tenebre ci assale più: una volta vinti, i tormenti son volati via con grande stridore d’ali […] Tu conosci ora, o figlio, il modo in cui si attua la rigenerazione. Quando si è avvicinata a noi la Decade, figlio mio, si è formata in noi l’essenza intellegibile; essa scaccia la Dodecade e noi siamo resi divini da questa generazione” […] “questo luogo, dal quale siamo usciti, figlio mio, è stato formato dal cerchio dello Zodiaco, composto anch’esso di dodici elementi, di un’unica natura, ma è una figura che può prendere tutte le forme per indurre l’uomo in errore.

I dodici elementi che vengono assimilati ai segni dello Zodiaco, o che per loro tramite possono essere superati e vinti definitivamente, sono le dodici punizioni (Dodecade):

Il testo di Ermete continua a proposito delle dodici punizioni dicendo:

Queste sono dodici di numero, ma dopo di queste ve ne sono molte altre, figlio mio, che mediante la prigione del corpo costringono l’uomo che sta all’interno di questo corpo a soffrire attraverso i sensi. Questi tormenti però si allontanano, non tutti insieme, da colui che è oggetto della misericordia di Dio, e così si attuano il modo e la regola della rigenerazione.

 

Alcune verifiche:

La Natività mistica venne realizzata nel 1501. È l’unico dipinto che Botticelli ha lasciato firmato, datato e, nella parte alta del dipinto, ha posto un’iscrizione in greco. Pare dunque che la tela dovesse avere per lui particolare importanza. Ė anche l’ultima sua opera. Forse l’intuizione della necessità di lasciare un testamento spirituale? Infatti essa è così carica di simboli da sembrare quasi un compendio di conoscenze e profonde convinzioni.

Alla luce dei dati sopra esposti possiamo dunque affermare che il riferimento quasi unanime dei critici alla predicazione del Savonarola, che tra l’altro venne scomunicato e bruciato tre anni prima della realizzazione del dipinto, è possibile che non sia l’unica chiave di lettura di un’opera così densa di elementi simbolici.

La traduzione del Corpus Hermeticum, in ambito artistico-culturale, fu un evento entusiasmante che sicuramente influenzò gli artisti dell’epoca non solo di area fiorentina: che il testo fosse stato recepito anche a Siena è dimostrato dalla presenza di una tarsia marmorea del 1488, posta all’ingresso della cattedrale, che raffigura Ermete Trismegisto. Piuttosto dovremmo considerare che proprio l’influenza del Savonarola, e più in generale del clero integralista, possa aver costretto gli artisti del periodo ad occultare certi messaggi e a nascondere certe conoscenze tra quelle ammesse dal potere clericale dell’epoca. In quest’ottica la stessa scritta in greco posta alla sommità del dipinto, lingua che peraltro Botticelli non conosceva, potrebbe essere stata inserita quale chiave di accesso alla fonte di ispirazione del dipinto, ossia a quel Corpo Ermetico che Marsilio Ficino tradusse in latino proprio dal greco.

 

A questo punto ci chiediamo a quale nascita faccia effettivamente riferimento il dipinto. Infatti, seguendo la direzione del testo che abbiamo citato, possiamo introdurre l’ipotesi che questa tela non rappresenti soltanto la nascita, ma la rinascita mistica, altrimenti detta iniziazione.

 

Esaminiamo nuovamente il dipinto, sempre tenendo presente che certi messaggi, per le ragioni già esposte, non potevano essere troppo espliciti:

Gli elementi già citati nel Corpo Ermetico si ritrovano tutti:

un grande disco circolare con dodici angeli che rappresenta lo Zodiaco e la dodecade; dieci corone (decade); ogni corona ha otto punte. Ricordiamo che il numero 8 era un numero sacro per Ermete. Il simbolo stesso dell’infinito è un otto posto in orizzontale. Inoltre l’ottagono era l’usuale antica forma dei battisteri dove si professava appunto il rito cristiano del battesimo o Iniziazione.

La rappresentazione della Natività Cristica, alla quale tutte le rinascite riconducono, ha per soggetti uomini col capo cinto di fronde, quindi persone che hanno vinto la loro battaglia contro il male o, come recita Ermete, contro i sensi; esse sono dunque pronte per la rinascita mistica.

Questi uomini vengono accolti da angeli che li abbracciano e poi li introducono al grande mistero: osserviamo che quelli appena giunti hanno le calzature mentre gli altri, vicini alla capanna, le hanno tolte.

I due gruppi di uomini vicini alla capanna hanno abiti di foggia diversa, appartengono cioè a classi sociali differenti, a significare che il conferimento dell’iniziazione non è legato alla posizione sociale, ma alla crescita spirituale degli individui.

Anche ciò che è stato evidenziato da Argan, cioè che le figure più vicine sono più piccole delle lontane ha una ragion d’essere: conferisce maggiore importanza alla scena centrale, la più determinante, volutamente enfatizzata. Ciò è visibile anche nella scena dell’abbraccio tra gli angeli e gli uomini, in una posizione difficile, pressoché improbabile, quasi assurda. Anomalie pittoriche deliberatamente scelte dal Botticelli per inviare messaggi che non poteva esplicitare diversamente. Gli stessi diavoli vengono rappresentati piccoli perché hanno ormai perduto valore essendo stati sconfitti, per questo si ritirano cercando di nascondersi negli anfratti.

Consideriamo anche le fronde d’olivo, presenti in tutto il quadro: in mano agli angeli, sul capo degli uomini, vicino alla capanna ed alla grotta. L’olivo è un albero sacro in tutte le grandi religioni. E il libro che hanno i tre angeli sul tetto della capanna, non potrebbe essere un ulteriore riferimento al Corpo Ermetico?

Notiamo inoltre che la capanna della Natività è qui una grotta, o caverna, luogo dunque fortemente simbolico. Come possiamo leggere nel Dizionario dei Simboli:

archetipo dell’utero materno, la caverna è presente nei miti di origine, di rinascita e di iniziazione di numerosi popoli […] Numerose cerimonie di iniziazione cominciano con il passaggio in una caverna o in una fossa; è la materializzazione del ‘regressus ad uterum’ di cui parla Mircea Eliade […] Il carattere centrale della caverna la rende luogo della nascita e della rigenerazione e anche dell’iniziazione, la quale è una sorta di nuova nascita a cui conducono le prove del labirinto, che, di solito, precede la caverna”.

L’interesse di Botticelli per l’ermetismo è del resto presente in altre sue precedenti opere: per esempio ne’ L’adorazione dei magi (1475 –1476) egli pone a terra davanti a due magi una corona ad otto punte, esattamente uguale a quella dipinta nella Natività Mistica, e colloca Cosimo De’ Medici, proprio colui che commissionò la traduzione in latino, nella posizione più alta. Anche la presenza di Mercurio (Ermete-Thot), ne’ La primavera (1482) è un altro esplicito richiamo, in quanto completamente estraneo al contesto del dipinto.

Non casualmente, in entrambi i dipinti appena citati, gli elementi simbolici aggiunti sono completamente avulsi dal contesto dei dipinti: Mercurio, messaggero degli dei, viene interpretato genericamente quale protettore, o difensore; e la corona viene generalmente ignorata nei commenti degli storici dell’arte. Nel nostro caso invece è importante sottolineare che:

la sua forma circolare indica la perfezione e la partecipazione alla natura celeste […] Anticamente la corona era ornata di punte che rappresentavano, come le corna e i diademi dei pellerossa, raggi di luce […] Questo senso derivato permette di avvicinare alla corona la ghirlanda, ricevuta dagli iniziati ai culti misterici “.

 

Copyright © 2018 Piero Montali